"Monti ha cambiato la dinamica europea", intervista all'Ambasciatore USA David H. Thorne
L'Ambasciatore USA David H. Thorne (Ap)
7 febbraio 2012
La seguente intervista è apparsa sul quotidiano "Il Corriere della Sera" del giorno 7 febbraio 2012
ROMA — «Secondo me l'Italia è diventata l'alleato più affidabile degli Stati Uniti in Europa. Lo era da tempo, ma adesso c'è l'era delle riforme che sta aprendo Mario Monti», diceva ieri pomeriggio l'ambasciatore statunitense David Thorne. Le parole dei diplomatici vanno sempre interpretate tenendo presente ciò che affermano in maniera esplicita e ciò che possono sottintendere, ieri però non ci voleva molto a capire che a giudizio del rappresentante di Washington era davvero indispensabile per il nostro Paese voltare pagina rispetto agli anni passati. Davanti a una via Veneto imbiancata, seduto nel suo ufficio in maniche di camicia come se fosse stato a Boston, Thorne ha rilasciato al Corriere l'intervista che segue, la prima a un quotidiano da quando Monti, in novembre, si è insediato alla presidenza del Consiglio.
A quali riforme pensa, ambasciatore?
«A quelle dell'economia,
sulla quale c'è sempre stato qualcosa da cambiare. Noi in America
vogliamo appoggiare il governo Monti nel suo impegno per fare le
riforme».
Barack Obama giovedì riceverà il capo del governo italiano alla Casa Bianca. Che cosa verrà fuori dall'incontro?
«Negli
Stati Uniti ci si attende una visita molto positiva, molto di sostanza.
Ci si può aspettare un forte sostegno per quel che il vostro governo
sta facendo per l'Italia e per l'Europa. Mi pare che la presenza di
Monti stia cambiando la dinamica nell'Unione Europea. All'Italia e a lui
ne siamo grati».
Anche perché questo tiene più al sicuro il dollaro?
«Certamente
vogliamo tutti stabilità economica nel mondo. Viviamo in un mondo
nuovo, e quel che accade ha impatti sull'intero sistema globalizzato».
Nelle
conversazioni di due anni fa, mentre il dibattito politico italiano si
concentrava su altro, lei era preoccupato per l'economia del nostro
Paese e la vastità del debito pubblico. Adesso che i politici ne parlano
ogni giorno quale effetto le fa?
«La sorpresa è che l'Italia sia cambiata così velocemente. L'appoggio a
Monti, con tutte le sfide che il presidente del Consiglio deve
affrontare, indica che gli italiani sostengono il cambiamento. La crisi
dello spread (il divario tra rendimento dei titoli di Stato di Italia e Germania, ndr) ha spinto gli italiani a essere molto preoccupati e il governo stava perdendo appoggio».
Il governo di Silvio Berlusconi?
«Sì».
A proposito, da quando non incontra Berlusconi?
«Da prima che lasciasse la guida del governo».
L'agenzia Standard & Poor's ha declassato l'affidabilità economica dell'Italia da A a BBB+. Si fida della valutazione?
«Sa, nessuno capisce davvero gli andamenti dello spread e dei tassi dei titoli di Stato. C'è una mancanza di connessione tra ciò fanno i mercati e ciò che fanno le agenzie di rating. Ho l'impressione che il mercato abbia preso con le molle i giudizi del sistema delle agenzie di rating».
Nell'ottobre 2011 lei ha affermato: «L'Italia deve fare i conti anche
con norme e regolamenti restrittivi che possono inibire gli
investimenti, soffocare la creazione di nuova occupazione e scoraggiare
l'innovazione. Normative più flessibili potrebbero spingere le aziende a
investire di più, aumentare la produttività e assumere». Sembra il
programma di Monti. Vede nuove prospettive per gli investitori
americani?
«Se ci saranno riforme nelle leggi sul lavoro, e pare che Monti le stia
perseguendo, verranno più attratti non soltanto gli americani, ma tutti
gli investitori stranieri. Non ho specifiche evidenze che il gioco sia
già cambiato, ma prevedrei che cambierà. Per gli investitori
migliorerebbe il clima».
In gennaio l'Italia ha condiviso le sanzioni dell'Unione Europea
verso il greggio iraniano per scoraggiare i piani nucleari di Teheran.
Nel 2010 l'Iran era il nostro quarto fornitore di petrolio, copriva il
13% del fabbisogno italiano. Gli Stati Uniti aiuteranno l'Italia a
compensare gli sforzi che derivano dal «sì» alle sanzioni?
«No. Guardi, l'interesse americano a bloccare le ambizioni nucleari
iraniane coincide con quelli italiano e di altri Paesi. Siamo tutti
sulla stessa piattaforma petrolifera. Esistono altre fonti di
approvvigionamento. Appoggeremo l'Italia ad avere accesso ad altre sul
mercato internazionale».
Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha definito «pessima notizia» i
veti russo e cinese sulla proposta di risoluzione dell'Onu contro il
regime siriano che uccide civili e ha valutato «inaccettabile» quel
risultato. Dai governi Berlusconi non si ricordano accenti così duri
verso Mosca. E' un cambiamento che apprezzate?
«Noi e i nostri alleati rimaniamo molto delusi. Non so che cosa accadrà,
ma i due Paesi che ci hanno deluso sono Russia e Cina. Su questo non
c'è dubbio».
Un anno dopo, le sollevazioni arabe non si presentano
soltanto come una novità positiva, costituiscono anche un grosso punto
interrogativo. In Libia fragili equilibri politici, scontri armati e
torture potrebbero indurre a nuove azioni internazionali? E di quale
tipo, da parte di Stati Uniti e Italia?
«Insediare sistemi democratici nei Paesi della "Primavera araba" sarà un
processo lungo e talvolta doloroso, né facile né perfettino. In
particolare in Libia, l'Italia può essere molto influente in virtù della
sua vicinanza e conoscenza del Paese».
Senza scarponi di militari sul terreno, sta dicendo?
«Quel che
conta di più è migliorare la situazione economica. L'Egitto ne ha tanto
bisogno. La Libia dispone del petrolio, tuttavia la questione è molto
complicata: non credo ci sarà alcun impegno militare, però occorre
cercare di aiutarla in vari modi. Per esempio, insegnando a mettere in
piedi un sistema giudiziario, un governo rappresentativo. L'Italia può
fare molto, lo stesso per addestrare la polizia con i carabinieri».
Obama e Monti parleranno anche degli F35? Di questi cacciabombardieri
l'Italia dovrebbe comprarne 135, ma il governo deve capire se ci sono i
soldi per farlo.
«Il nostro segretario alla Difesa Leon Panetta
ha incontrato il ministro Giampaolo Di Paola. Tutti i Paesi riducono le
spese. L'America continua a essere impegnata nel progetto Joint strike fighter. Forse qualcosa cambierà nei tempi del programma, però non nell'impegno per il programma».
Nella nuova dottrina statunitense «Priorità del XXI secolo per la
Difesa» ci si prefigge di «riequilibrare» la presenza delle vostre forze
armate verso Asia e Pacifico. La taglierete nelle basi in Italia?
«Ci
saranno alcune riduzioni di forze in Europa, non è un gioco a somma
zero. E' un processo in divenire per ripensare le strutture e
risparmiare, ma per l'Italia non credo ci saranno cambiamenti
significativi».
intervista Maurizio Caprara